24 marzo 2026 – di Apnea
La storia sembra essere lasciata al caso, ma non è così.
Ciò che non viene detto è importante tanto quanto ciò che viene mostrato.
Tuttavia, il modo in cui ce lo raccontano rivela forme di indole arbitrarie e perverse.
(El germen de lo fatal. Una novela caribepunk. Rey Andùjar)
Kompromat è un vocabolo della lingua russa usato per indicare un dossier contenente informazioni riguardanti personaggi politici di rilevanza pubblica, il cui contenuto, se divulgato, è in grado di denigrarne la figura. Kompromat è anche il nome di un gruppo electro post punk francese che invita a vivere ballando di Sogni ed Esistenze.
In un territorio particolare come il nostro Kompromat è un’operazione grigia che lega la norma al movimento che sfugge per oltrepassarla. Dove tutto si vorrebbe a norma, disciplinato, legalizzato, controllato – spesso nelle alte sfere della politica – la decantata legalità morale rotola nei ripidi pendii delle valli che ci circondano. Motivo forse ancora di un certo stupore, tale malaffare sembrerebbe invece essere pratica ben accettata, in cui chi detiene un certo potere ritiene fare come meglio crede.
Succede così che un personaggio che ha costruito la carriera politica sulla difesa strenua della legalità, dei confini e di una sorta di purezza elvetica – spesso e volentieri sfociando in un chiaro e inconfutabile razzismo – ha introdotto, come massimo rappresentante dello stato, la settimana contro il razzismo in Ticino. Insomma, l’ex o attuale (ancora non si è capito bene), responsabile del dipartimento giustizia e polizia, è ancora riuscito a prendere tuttx per i fondelli.
Una sorta di “mondo (e di giustizia) secondo N.”, per cui il suo agire politico, le sue azioni, le sue affermazioni – pregne di autoritarismo, arroganza, rancore e vendetta – si rivolgono spesso e volentieri verso gli anelli “deboli” della società o comunque verso quelli a lui più scomodi e invisi. Solo pochi anni fa ad esempio – colui che, nel 2012, fu uno degli oratori all’università d’Estate sul Gottardo, in cui parteciparono vari esponenti di gruppi neonazisti europei – riferendosi alla “giustizia” in ambito di tifo da stadio e alla possibilità di opporsi a sentenze aleatorie, si esprimeva lapidario: “bisogna limitare la possibilità di ricorso, il sistema è troppo permissivo”.
Per tutti ma non per lui. Ovviamente. Già, perché nonostante le varie beghe giudiziarie – su tutte il fermo da umbriaco e… in dolce compagnia (che in verità non sarebbe un problema, se non che per uno degli strenui difensori della famiglia tradizionale, oppositore della decadenza morale della “cultura woke”, esser beccato in intimità con una persona che non è la propria moglie, non è proprio il massimo della coerenza) – e dopo la storiaccia dell’arrocco con il fido collega leghista, viene da chiedersi ma perché gli viene tutto permesso?
E sempre nella totale e completa impunità?
Un sorta di metodo continuativo e costante, reiterato con quell’arroganza e superiorità che ricorda ben definiti personaggi attuali e del passato.
Uno che ad esempio, non solo stabilisce chi ha diritto d’esistenza e chi no, ma pure che si arroga di stabilire chi ha il diritto di occupare cariche pubbliche, come nel caso del giudice Ermani allora sotto inchiesta per delle foto sessiste mandate alla propria segretaria (giudice che anni fa si dichiarò “antifascista” e che lo “risarcì” beffardamente con 1 franchetto, a seguito della denuncia per un adesivo che paragonava il ministro “a cui ribollono le busecche” al gerarca nazista Goering), sentenziando che “se come carica pubblica hai un comportamento non adeguato devi essere sollevato”.
E detto da uno che nel 2001 ululava a un giocatore di hockey non bianco, “a ghé scià l negr*”, è tutto dire…
Coerenza a me sconosciuta e variabile come un alcool test ripetuto, per colui che sulle pagine del giornale di partito si rivendica le brutali scelte di deportazione forzata di migranti, sentenziando, con tutto l’opportunismo del caso, che “la giustizia è uguale per tutti e non vedo perché uno straniero deve essere privilegiato”, infamando al contempo il prezioso lavoro di chi opera a difesa delle persone in fuga da guerre, colonialismo e miseria, asserendo inoltre che “ci sarebbe chi vorrebbe farci vedereun mondo alla rovescia, stabilendo una giustizia privilegiata per le persone straniere”, citando personaggi in odore di fascismo, recentemente invitati a Mendrisio dal partito di cui beneficia la tessera di membro.
Ma evidentemente alla rovescia è proprio la sua interpretazione di “giustizia”: tutto a prova di norma nel suo ripetere affermazioni e comportamenti “non adeguati”, mentre per quella parte di umanità da lui considerata fastidiosa e da eliminare, un sistema troppo permissivo, senza ricorsi, fatto di carcerazioni, di diffide, di deportazioni, di vendette, di cariche da lasciare e… soprattutto senza ripetizione dell’alcool test!
Insomma un concetto di legalità à la carte, da applicare come una cosa propria, secondo i proprio umori e la propria visione del mondo. Un po’ come la storia dei radar disseminati ovunque negli ultimi anni, che indica la vera faccia di ipocrisia del personaggio. Uno che ha fatto campagna elettorale contro i troppi controlli e il “fare cassetta”, che ha fatto togliere quelli fissi, facendo passare la decisione come un miglioramento, per poi, una volta saldo sulle ambite poltrone, disseminare settimanalmente e in modo aleatorio controlli di velocità in tutto il cantone, punendo così migliaia e migliaia di persone.
In altri contesti – e chiaramente con le dovute differenze – questo atteggiamento ricorda certi personaggi ambigui e vomitevoli che hanno fatto del malaffare e della sopraffazione la norma del proprio essere. Uno su tutti: Genaro Luna – ex ministro della sicurezza pubblica del governo Calderòn in Messico – colluso con il narcotraffico e, tra le tante cose, coinvolto nella scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa – condannato a 36 anni di carcere, in una “giustizia” fatta di autoritarismo punitivo, mano dura, morale ligia, impunità e occultamento di prove.
Tutto questo è il riflesso dello Stato e delle sue cerchie di potere, che hanno gettato le basi per alimentare l’ignoranza con un’efficienza da cui deriva una violenza generalizzata, che va aumentando di governo in governo e il cui crimine è duplice e alternativo, essendo al tempo stesso concreto e metaforico, in un conflitto che non trova soluzione. (El germen de lo fatal, Rey Andùjar)
Ma a inquietare ancor di più non sono tutte le contraddizioni o i blablabla che abbagliano le tante persone che lo votano e che credono sia tutto riconducibile a un problema di sicurezza e di purezza. Non è neppure tanto il fatto di provarci (è nella natura stessa dei regimi autoritari) e di continuare a farlo. No, è piuttosto come tutto questo ripetersi della presa in giro, avvenga in tutta tranquillità. E come se non bastasse la presa per il culo, riuscire in più a farsi passare come “vittima innocente”, in cui la sua persona sarebbe vittima di persecuzioni politiche.
Prendiamo allora come esempio il caso dell’ex macello: colui che si vanta di essere il capo assoluto delle forze dell’ordine e che giusto alcuni mesi prima dell’operazione di distruzione, asserì a teleticino che “se fosse stato per lui l’ex macello l’avrebbe sbaraccato da un pezzo”, non è mai comparso in nessun dossier. Invisibile. Assente per ferie. Tanto che il PG Pagani ha sempre sostenuto che non fosse il caso di sentirlo: “Gobbi?” – disse una volta al processo contro i due poliziotti accusati d’aver riempito di botte un venditore di fiori pakistano – “ma no… lui cosa volete che c’entri. Lui di sta storia non ne sa assolutamente niente, addirittura ha firmato di suo pugno la dichiarazione del Consiglio di Stato per cui lo sgombero sarebbe stato inopportuno”. Solo in seguito a varie richieste e di fronte all’insostenibile incongruenza dei fatti, il PG decise infine di interrogarlo come “persona a conoscenza dei fatti”. Insomma, qualcosa che dovrebbe essere automatico in una giustizia degna e conseguente, non lo è evidentemente a queste latitudini e non per le alte sfere. O forse nient’altro che il massimo del cinismo, per cui il responsabile politico della polizia riesce a farsi passare come persona all’oscuro di tutto. Del tutto ignaro di quella che è stata costruita come un’operazione di distruzione e di sgombero – definita il giorno dopo, dal defunto sindaco Borradori, come “operazione militare perfettamente riuscita” – per la quale “si prevedevano feriti se non morti, ore di scontri e con la possibilità di prendere gli occupanti per fame durante giorni”, e per cui un luogo abitativo veniva distrutto nel cuore della notte senza né permessi, né preavviso, né possibilità di recuperare gli effetti personali, in una pratica che ricorda (con sempre tutti i distinguo del caso) quella dell’esercito israeliano nell’abbattere le abitazioni palestinesi.
Poi certo, “quando si lavora qualche errore lo si può commettere e gli errori di comunicazione possono sempre avvenire” (N.G. seduta Gran Consiglio 5.2.2024), anche se qui qui parliamo di un’infame operazione vendicativa e punitiva – tutt’ora impune – condivisa e costruita nelle alte sfere di autorità politiche, di polizia e di “intelligence”, in cui, guarda caso, la suddetta catena di comando quel giorno non c’era, era in vacanza, a cena, non ricorda o non ne era a conoscenza.
Altro che “dialogo con rispetto e guerriglia che non fa bene al paese”, ipocritamente urlato in un intervento sul giornale laRegione vari mesi fa, per cercare di appacificare un clima politico che stava diventando “incandescente”.
Già, perché se non fosse altamente ridicolo tutto questo, sarebbe decisamente inquietante: un personaggio che predica i controlli sistematici sulle persone straniere, che manda gli ispettori a controllare la biancheria sporca a casa delle gente, che predica muri ed esercito alle frontiere, che frequenta persone in chiaro odore di fascismo (vedasi l’opuscolo “L’era del cinghiale nero”: https://ostica.noblogs.org/post/2016/07/28/lera-del-cinghiale-nero-2-0-dossier-dicontroinformazione-sul-fascismo-istituzionale-in-ticino/ e il dossier “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”:https://ostica.noblogs.org/post/2019/01/01/un-cittadino-al-di-sopra-di-ogni-sospetto/”), che definisce “immigrazionisti” coloro che si oppongono alle politiche di razzismo istituzionale, che scrive ogni domenica su un giornale razzista, omofobo, islamofobo, sessista, che indica chiaramente come problematica in sé la provenienza di persone provenienti da Marocco, Tunisia e Algeria, che ha fatto di tutto per negare e togliere permessi in una sorta di persecuzione sistematica e punitiva, che ha rinchiuso per anni persone sgradite in un bunker senz’aria e in condizioni indegne, che riceve in grande spolvero rappresentanti di uno dei governi più razzisti in Europa (Orban e compagnia), che ammicca con un governo razzista e genocida come quello israeliano, un personaggio che in giovane età non disdegnava di levare il braccio destro teso al cielo e il cui padre collezionava uniformi e cimeli del terzo reich nazista, oltre a non dover decisamente potere introdurre la settimana contro il razzismo (e tralasciamo il fatto per cui l’unica questione lì affrontata sia la produttività, il vantaggio delle aziende e la relazione capitale-forza lavoro a basso costo per il mercato del lavoro ticinese), si dovrebbe decisamente levare dalle ovaie. O meglio sarebbe il popolo a doverlo fare (o se non altro appenderlo al contrario)!
All’incirca un anno fa, un giornalista palestinese senza nessuna pendenza legale, invitato in Svizzera per una conferenza, veniva brutalmente e illegalmente sequestrato per vari giorni dal democratico governo svizzero. Allo stesso tempo, ben protetto dalle forze armate nazionali, il presidente israeliano Isaac Herzog, parte di un governo il cui primo ministro e l’ex ministro della difesa sono sotto mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, era ricevuto in pompa magna al Forum Economico Mondiale di Davos.
Secondo il Dr. Rubén Lamarche, facilitatore del seminario sui CPC (Cerebros de Procesamiento Central) e sul “material fresa”, ogni atto di potere può essere un atto di violenza e la forza non deve essere necessariamente fisica per intimidire.
Ma quello era un romanzo Caribepunk un po’ surreale che forse narrava di storie non propriamente reali. Forse. O chissà…
Qui invece il ripetersi della storia e di certi comportamenti non ha nulla di inventato ma sta proprio nel fatto di permetterlo e permetterglielo, tanto da diventare in parte accettati! Insomma una sorta di riflesso della società o magari “solo” la sintesi perfetta delle pratiche e delle zone grigie del nostro paese.
Una sorta di democrazia di facciata, quella che fa comodo, quella da osteggiare ma che poi viene dimenticata quando c’è da punire, da isolare, da reprimere, da distruggere, da schiacciare, da deportare.
I Kompromat (o i Galrax – fantomatici centri atomici disseminati in alcuni stati latinoamericani – Cuba, Santo Domingo e Puerto Rico – narrati nel romanzo, che nel presupporre un’attività nucleare verso gli Stati Uniti, attiverebbero un ectoplasma protettore dalla Florida, attraversando il Texas, fino in California) spariti nei cassetti, dimenticati, anneriti, oscurati per raccontarci la storia come vogliono loro e per garantire quella sorta di legalità stabile e istituzionale, che tanto comodo fa a certi personaggi, che utilizzano “giustizia e polizia” come una cosa propria e vendicativa, sopra tutto e tutti.
Ma a non far bene “al paese”, è proprio questa loro presenza nelle cariche pubbliche, nella vita sociale, politica e culturale e nel arrogarsi di volere stabilire il senso di giustizia generale.
O più semplicemente un pericoloso retaggio di vecchi regimi mortiferi, che ormai a troppi/e piacerebbe ricreare, e che oggi giorno stanno prendendo sempre più piede in quasi ogni angolo del pianeta, in un sistema di guerra permanente e in una tendenza di continua fascistizzazione della società tutta.
A cui è assolutamente fondamentale dare le risposte che merita, nei tempi, nei modi e nei mezzi che ognunx ritenga adeguati e appropriati!
