OSSERVAZIONI ANTIFASCISTE TICINO

LIONE: “è stato un assalto fascista”, l’inchiesta di contre-attaque ribalta la versione ufficiale

FONTE: osservatoriorepressione.info – Dalla morte del 23enne neofascista alle 11 misure contro gli antifascisti: media, procura e politica sfruttano il caso per colpire Jeune Garde e La France Insoumise

La morte di Quentin Deranque, 23enne militante di estrema destra deceduto sabato a Lione dopo uno scontro avvenuto nei giorni precedenti, è stata immediatamente trasformata in un caso politico nazionale. Ma più che chiarire i fatti, la reazione di media, procura e classe dirigente sembra seguire un copione già visto: costruire l’immagine di un “squadrismo di sinistra”, criminalizzare l’antifascismo e colpire La France Insoumise (LFI), oggi bersaglio comune di lepenisti, macroniani e socialisti.

Il punto, qui, non è negare la morte di un giovane né minimizzare la gravità di una vicenda finita tragicamente. Il punto è che attorno a quella morte, in poche ore, è stata messa in piedi una narrazione pronta all’uso: un “bravo cattolico” non violento, assassinato a sangue freddo dagli “antifa”. Una narrazione che, come denuncia la controinchiesta dal basso di contre-attaque.net, non solo presenta evidenti contraddizioni, ma ricalca quasi parola per parola il racconto dell’estrema destra.

Il contesto: un’azione fascista contro una conferenza

Giovedì 12 febbraio, nel tardo pomeriggio, all’università di Lione si svolgeva una conferenza con Rima Hassan, europarlamentare di LFI, nota per la sua posizione filopalestinese e per le critiche alla complicità europea con Israele. All’esterno, il collettivo identitario di estrema destra Némésis aveva convocato un presidio di “protesta” (auto-definendosi persino “femminista”), con l’obiettivo evidente di disturbare l’iniziativa.

Già questo ribalta un punto centrale della ricostruzione ufficiale: non si trattava di un evento “controverso” con due parti equivalenti, ma di una conferenza politica legittima bersagliata da una provocazione organizzata da un gruppo fascista.

E infatti, anche la versione delle autorità su Deranque presenta una contraddizione di fondo. Secondo la polizia, il 23enne sarebbe stato lì insieme ad altri “camerati” per “proteggere” il presidio. Ma proteggere da chi? Non erano loro gli aggrediti: erano loro ad “intervenire” su un evento altrui. Dunque, oggettivamente, erano in posizione di attacco.

La versione mainstream: “linciaggio” e “omicidio volontario”

I media principali hanno parlato quasi subito di un assalto antifascista: un gruppo di circa venti persone, a volto coperto, avrebbe attaccato Némésis, strappato striscioni e dato vita a una rissa. Un video, rilanciato in modo martellante, mostrerebbe militanti antifascisti accanirsi su tre persone a terra, una delle quali sarebbe Deranque.

La procura di Lione ha aperto un’indagine per “omicidio volontario”, nonostante – dettaglio non secondario – nessuno dei coinvolti fosse in possesso di oggetti atti ad offendere (bastoni, coltelli, pietre, ecc.). Anche qui, la scelta delle parole sembra anticipare il processo: non “morte in seguito a scontri”, non “lesioni”, ma subito “omicidio volontario”. Un’etichetta perfetta per alimentare la campagna repressiva.

La controinchiesta: assalto fascista e risposta antifascista

La ricostruzione redatta da contre-attaque.net, basata su foto, video e testimonianze dirette, racconta invece uno scenario opposto: sarebbero stati i fascisti ad assaltare, con una dinamica tipica dello squadrismo, e gli antifascisti avrebbero risposto. In quello scontro, numerosi antifascisti sarebbero rimasti feriti.

A un certo punto, le urla dei passanti avrebbero costretto entrambi i gruppi a disperdersi. Dopo la confusione, nessuno sarebbe rimasto a terra. Deranque – come altri – avrebbe rifiutato l’ospedale sul momento. Solo successivamente si sarebbe manifestato il malore, l’emorragia cerebrale e infine la morte.

Questa sequenza è fondamentale perché introduce un elemento che i media hanno tentato di cancellare: la tragedia non coincide automaticamente con un “omicidio politico pianificato”. Può essere stata una conseguenza drammatica, anche legata a una caduta o a traumi sottovalutati. Ma la macchina politico-mediatica ha scelto deliberatamente l’interpretazione più utile alla repressione.

Il dettaglio che non torna: tempi e spostamenti

C’è un elemento cronologico particolarmente sospetto nella versione ufficiale. I video mostrano che la rissa è avvenuta alla luce del giorno, mentre Deranque sarebbe arrivato al pronto soccorso solo alle 19:40, a chilometri di distanza e quando ormai era buio.

Secondo alcune testimonianze, avrebbe inizialmente rifiutato le cure e sarebbe tornato a casa con i suoi amici. Un comportamento coerente con una sottovalutazione del trauma, frequente in questi casi, ma che rende molto più difficile sostenere la tesi del “linciaggio a sangue freddo” e dell’immediata “esecuzione”.

Anche la famiglia smentisce lo Stato

Un altro punto che incrina la narrazione istituzionale arriva proprio dalla famiglia di Deranque. I parenti, tramite il loro avvocato, avrebbero negato che il giovane facesse parte di un servizio d’ordine, respingendo l’ipotesi della rissa e parlando invece di un “linciaggio” premeditato.

Ma questa versione non regge alla logica dei fatti. Delle due l’una: o Deranque era lì per “proteggere” Némésis (e quindi era parte di un gruppo predisposto allo scontro), oppure non aveva alcuna giustificazione per essere presente in un contesto di provocazione contro una conferenza politica. In entrambi i casi, l’immagine del “passante pacifico” risulta una costruzione.

I neonazisti lo rivendicano: “Facciamolo di nuovo, ragazzi”

La narrazione vittimistica del “cattolico non violento” si frantuma definitivamente di fronte a ciò che dicono gli stessi ambienti neofascisti.

Il collettivo neonazista Luminis Paris ha rivendicato Deranque come militante modello con un comunicato su Instagram in cui campeggia la croce celtica. Il testo sostiene che il suo impegno “andava ben oltre il ruolo di guardia di sicurezza” di Némésis e aggiunge una frase agghiacciante attribuita al giovane: “Facciamolo di nuovo, ragazzi”. E ancora: “Come per lui, la lotta fino alla morte ci rende felici”.

È difficile immaginare una smentita più netta dell’immagine costruita dai media.

Undici fermati: tutti antifascisti

L’asimmetria repressiva emerge anche dalle misure immediate: 11 persone fermate, tutte antifasciste. Tra loro ci sarebbe anche un militante legato indirettamente a LFI, elemento sufficiente per scatenare un fuoco incrociato contro il partito di Mélenchon.

Nel frattempo, LFI ha dovuto evacuare la propria sede nazionale a Parigi (10° arrondissement) dopo una minaccia di bomba. Eppure, invece di interrogarsi sulla violenza politica dell’estrema destra e sulla sua capacità di intimidazione, il discorso pubblico ha scelto di trasformare LFI nel problema.

L’inversione dei valori: come nasce la “colpa” di LFI

Abituati alle semplificazioni, i macronisti si sono subito precipitati nella breccia. Il ragionamento, a sentirli, è di una semplicità infantile:

Deranque è stato ucciso dagli antifascisti.
Gli antifascisti sono l’estrema sinistra.
LFI è l’estrema sinistra (lo ha ufficializzato Laurent Nuñez dalla Place Beauvau).
Quindi LFI ha ucciso Deranque.

Fine del discorso.

Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha esplicitato questa logica già domenica: «Per molto tempo, LFI ha detto che la “polizia uccide”, qui è chiaro che è stata l’estrema sinistra ad aver ucciso». Lo stesso Darmanin che nel 2023 parlava di “terrorismo intellettuale dell’estrema sinistra” e che ora attribuisce agli insoumis e agli antifascisti “discorsi politici” che porterebbero inevitabilmente a “una violenza molto sfrenata”.

Sulla stessa linea, un altro ex ministro dell’Interno macroniano, Bruno Retailleau (oggi candidato dei Républicains alle presidenziali), ha scritto su X: «Non è la polizia che uccide in Francia, è l’estrema sinistra».
E l’eurodeputata Marion Maréchal ha sintetizzato con brutalità: «La milizia di Mélenchon e LFI ha ucciso».

Ancora più significativo, però, è che perfino Raphaël Glucksmann (Place publique), su RTL, abbia collegato LFI al pestaggio: «Non si possono usare continuamente parole di estrema violenza senza pensare che queste parole si tradurranno in azioni».

A quel punto, il salto è stato completato: la portavoce del governo ha fatto appello alla “responsabilità” degli elettori di LFI, arrivando a chiedere che «non ci sia mai più un deputato LFI all’Assemblea nazionale». Una frase che, in una democrazia liberale, dovrebbe suonare come uno scandalo istituzionale. In Francia, invece, è passata come una dichiarazione “forte” ma legittima.

Il bersaglio vero: Jeune Garde e La France Insoumise

Il caso Deranque è diventato soprattutto un’arma contro Jeune Garde, gruppo antifascista fondato da Raphaël Arnault, oggi deputato LFI. Jeune Garde è già stato sciolto a metà 2025 dal governo con l’accusa di “atti violenti” e il provvedimento è ancora sotto ricorso.

Proprio per questo, la classe dirigente sta calcando la mano. La presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha sospeso l’accesso al Parlamento a Jacques-Elie Favrot, assistente di Arnault, il cui nome compare in testimonianze sull’aggressione.

La portavoce del primo ministro, Maud Bregeon, ha attribuito a LFI una “responsabilità morale” per il clima di violenza. Marine Le Pen ha chiesto che le “milizie di estrema sinistra” siano classificate come terroristiche.

E persino Raphaël Glucksmann (Partito Socialista) ha colto l’occasione per dichiarare impossibile una futura alleanza con LFI alle presidenziali del 2027. Il messaggio è chiaro: qualunque opposizione radicale al blocco liberale-guerrafondaio va isolata, delegittimata, resa impresentabile.

Un vero e proprio cordone di esclusione politica.

L’obiettivo: tappare la bocca al dissenso

Il quadro generale è quello di una Francia già in piena torsione autoritaria, dove le piazze – come in Italia – sono state animate soprattutto dai temi dell’antisionismo e dell’opposizione alla complicità occidentale nel massacro a Gaza.

Jeune Garde, così come Les Soulèvements de la Terre prima e Urgence Palestine poi, sono state sciolte con l’accusa di “violenza” e di solidarietà con il “terrorismo” palestinese. L’episodio di Lione, nella narrazione dominante, diventa l’occasione perfetta per rafforzare quel dispositivo: un “martire” fascista utile a criminalizzare l’antifascismo e spingere il dibattito pubblico ancora più a destra.

In questo senso, la morte di Deranque non è solo un fatto di cronaca. È un acceleratore politico.

Il precedente americano: la caccia alle streghe come modello

Queste formule ricordano in modo sorprendente i ritornelli intonati da Donald Trump e dai suoi sostenitori dopo l’assassinio dell’influencer di estrema destra statunitense Charlie Kirk: un capovolgimento vertiginoso dei valori, dove l’estrema destra diventa vittima strutturale e la sinistra diventa matrice unica della violenza.

«La violenza viene soprattutto dalla sinistra», aveva detto il presidente Usa, collegando l’omicidio di Kirk alla denuncia dell’estrema destra, accusando “quelli della sinistra radicale” di averlo per anni “paragonato ai nazisti”.

Negli Stati Uniti, gli antifascisti sono ormai definiti terroristi. ONG, associazioni, giornalisti e funzionari pubblici sono stati presi di mira in un clima di caccia alle streghe degno del maccartismo.

Questo odore nauseabondo si diffonde fino a qui. Martedì, il ministro dell’istruzione superiore Philippe Baptiste ha chiesto ai rettori delle università di vietare qualsiasi riunione politica nelle facoltà che possa creare disordini all’ordine pubblico. Un provvedimento che realizza un vecchio sogno della destra: quello di “de-marxiser” l’università, come si diceva già negli anni Settanta.

Due pesi, due misure: i morti che non contano

Questo capovolgimento dei valori produce inevitabilmente una distorsione della realtà: negli ultimi anni l’estrema destra ha ucciso e sembra che nessuno, o quasi, se ne sia accorto.

La sociologa Isabelle Sommier, coordinatrice dell’opera Violences politiques en France. De 1986 à nos jours (Presses de Sciences Po, 2021), lo dice chiaramente: se la responsabilità degli antifascisti fosse confermata, sarebbe “una prima volta”.

Con un team di ricercatori, Sommier tiene un database di questi episodi: dal 2017, sei persone sono morte per mano di attivisti di estrema destra. Tra loro:

  • gli attivisti curdi Emine Kara, Mehmet Şirin Aydin e Abdurrahman Kizil, uccisi in rue d’Enghien a Parigi nel 2022;
  • il rugbista argentino Federico Martín Aramburú, ucciso a Parigi nel 2022;
  • Djamel Bendjaballah, investito da un militante della Brigata patriottica francese a Dunkerque nel 2024;
  • Hichem Miraoui, ucciso perché arabo nel Var nel 2025.

Ma chi conosce questi nomi? Quale Assemblea ha osservato un minuto di silenzio? Quale ministro ha reso loro omaggio? Dove figurano questi morti nella memoria collettiva?

E non finisce qui: sempre secondo il database Sommier, tra il 2017 e oggi le aggressioni sono più che raddoppiate rispetto al periodo precedente (1986-2016). Il 70% di queste aggressioni è stato perpetrato da attivisti di destra. Gli obiettivi principali sono persone di colore o percepite come tali (70%) e avversari politici (30%).

Questo contesto era noto alle autorità. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa hanno fatto per evitare che la violenza politica di estrema destra crescesse fino a rendere quasi “normale” l’assalto a conferenze, sedi e militanti?

L’impunità che radicalizza: la polizia e la giustizia “lassiste” con l’estrema destra

Secondo l’avvocato lionese Olivier Forray, intervistato da Politis, il problema è strutturale:

«Da anni ormai si verificano azioni particolarmente violente da parte di gruppi di estrema destra, aggressioni razziste, saccheggi di librerie. Ma le risposte della polizia e della giustizia sono particolarmente lassiste, per non dire talvolta inesistenti».

E aggiunge un elemento cruciale: questa impunità spiega anche la radicalizzazione del movimento antifascista e di sinistra. Le autorità pubbliche, in altre parole, non hanno svolto il loro ruolo di regolatori per mantenere la pace sociale.

Una nuova tappa: demonizzare l’antifascismo come nemico pubblico

La tragica morte di Deranque e il modo in cui è stata trattata rischiano oggi di far entrare la Francia in una nuova fase: «una fase di radicalizzazione della demonizzazione dell’antifascismo», secondo il sociologo Ugo Palheta, autore di Comment le fascisme gagne la France (La Découverte, 2025).

Questa dinamica non nasce dal nulla. È coerente con una politica macronista che dal 2017 non ha smesso di offrire appoggi all’estrema destra, mettendo sistematicamente sullo stesso piano l’estrema destra e la sinistra radicale. Una strategia che ha delegittimato prima il melenchonismo, poi gli ecologisti e talvolta perfino i socialdemocratici, mentre accompagnava di fatto l’impresa di “dédiabolisation” del Rassemblement National.

Oggi l’estrema destra non è più costretta a inseguire il dibattito: lo detta. Impone la sua versione dei fatti a una velocità folgorante. Come ha detto Simon Duteil, ex portavoce del sindacato Solidaires: «È Overton ++». Una capacità impressionante di far riprendere integralmente, in alcuni media, il proprio discorso e la propria interpretazione.

Overton ++: quando il linguaggio dell’estrema destra diventa governativo

La finestra di Overton si è ampliata al punto da banalizzare parole e concetti che fino a pochi anni fa erano confinati ai margini:

  • Darmanin che parla di “ecoterrorismo” o di “ensauvagement”;
  • Macron che nel 2023 evoca un “processo di decivilizzazione”;
  • Valérie Pécresse che usa “grande sostituzione” in un comizio;
  • Sarkozy che sdogana l’idea che “Marine Le Pen è compatibile con la Repubblica”.

Oggi nessuno, nella destra istituzionale, oserebbe dire il contrario. Molti non osano nemmeno più classificare il RN come estrema destra. Al contrario, il pericolo principale viene descritto come proveniente dalla sinistra.

Con il tempo, questa idea si è diffusa fino a far saltare tutti gli argini. E quando i principi saltano, non resta che una nebbia: mediatica, politica, morale.

La democrazia non regge se capovolge i suoi anticorpi

È difficile prevedere fino a che punto può spingersi una società prima di precipitare completamente. Ma una cosa è chiara: la democrazia si basa su un edificio che dovrebbe essere protetto dalle minacce che lo erodono ogni giorno.

E tra queste minacce, oggi in Francia, c’è un capovolgimento sempre più esplicito: lo squadrismo fascista diventa un dettaglio, l’antifascismo diventa il nemico pubblico.

Una democrazia che criminalizza i suoi anticorpi, prima o poi, smette di essere tale.

La traduzione, a cura di Radio Onda d’Urto, dell’articolo dettagliato di contre-attaque.net pubblicato nella giornata di mercoledì 17 febbraio. Ascolta o scarica e L’intervista a Cédric di Radio Zinzine, media indipendente del sud est della Francia. Ascolta o scarica.


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