Osservazioni antifasciste ticino

CRIMINALIZZARE L’ANTIFASCISMO

Di osservatoriorepressione.info – 20.11.2025

Dagli Stati Uniti all’Europa, la destra globale trasforma la sigla “Antifa” in un nemico utile per delegittimare l’antifascismo e riscrivere i confini della democrazia.

Gli Stati Uniti dell’era Trump, seguiti da alcuni governi europei come Ungheria e Paesi Bassi, hanno avviato un processo politico e simbolico di criminalizzazione dei movimenti riconducibili alla sigla Antifa. Una sigla che, a differenza di quanto vorrebbero far credere questi esecutivi, non indica una struttura organizzata, un’associazione formalmente costituita o una rete gerarchica, bensì un insieme eterogeneo di gruppi, collettivi e attivisti impegnati nell’opposizione al neofascismo e al neonazismo.

È un arcipelago con pratiche diverse, contesti differenti, orientamenti che vanno dall’antifascismo militante all’attivismo sociale. Il punto politico della destra internazionale è ridefinire l’antifascismo come un problema di sicurezza nazionale, trasformarlo in una “minaccia interna”, delegittimarlo sul piano simbolico.

Questa dinamica ha un precedente significativo. Nel 2020, durante le manifestazioni seguite alla morte di George Floyd, Trump aveva apertamente ventilato l’ipotesi di dichiarare gli Antifa un’organizzazione terroristica. La proposta però si arenò rapidamente. L’allora direttore dell’Fbi, Christopher Wray, spiegò infatti che Antifa non era un’organizzazione né un gruppo con struttura gerarchica, bensì un’ideologia. Proprio in quanto tale non poteva rientrare nei criteri federali richiesti per la designazione come terrorist organization. Era una smentita che minava alle fondamenta la narrativa trumpiana: non si può mettere al bando ciò che non ha una forma organizzativa definita.

Nonostante ciò, negli anni successivi il Dipartimento di Stato USA ha comunque inserito ANTIFA nelle liste delle organizzazioni terroristiche, estendendo poi l’etichetta a quattro sigle europee: FAI/FRI per l’Italia, Antifa Ost per la Germania, e due gruppi greci— “Giustizia Proletaria Armata” e “Autodifesa di Classe Rivoluzionaria”. Una decisione che rivela la sua natura strumentale già dalla scelta dei nomi: FAI/FRI era un marchio informale anarchico da tempo inattivo, mentre “Antifa Ost” appare più come un costrutto giudiziario che come un gruppo strutturato.

A confermare questo slittamento, l’ultimo rapporto Europol sul terrorismo (giugno 2025) non menziona affatto Antifa. Eppure, nel capitolo dedicato all’estremismo e al terrorismo di sinistra e anarchico, l’approccio rimane rigidamente poliziesco: i primi descritti come rivoluzionari marxisti-leninisti, i secondi come promotori di una società antiautoritaria e anticapitalista. Una categorizzazione che la destra globale usa per sovrapporre l’insieme di ciò che contesta l’ordine costituito alla sigla “Antifa”. La caccia giudiziaria, in molti Paesi, è già attiva: etichettare tutto come terrorismo serve soprattutto a creare consenso politico.

Essere accusati di terrorismo non significa essere condannati per terrorismo. La cronaca giudiziaria europea è piena di procedimenti nati con imputazioni altisonanti e chiusi con condanne minime o archiviazioni. I teoremi funzionano sul piano mediatico e propagandistico, ma si sgonfiano nelle aule dei tribunali. La loro utilità, però, non sta nel risultato giudiziario, bensì nella capacità di definire un nemico pubblico.

L’estrema destra europea spera apertamente in un effetto contagio: adottare il paradigma americano per restringere gli spazi di agibilità politica all’antifascismo e a qualsiasi forma di dissenso. Non è un caso che le forze conservatrici e popolari si trovino oggi davanti a un bivio cruciale: seguire o meno la linea dettata dalla destra MAGA d’oltreoceano. Un esempio emblematico è la pressione del premier ungherese Viktor Orbán, che continua a invocare la detenzione e la condanna di tutti gli antifascisti che hanno partecipato a Budapest alla contestazione del raduno nazifascista nei giorni in cui si celebra «l’onore» degli alleati di Hitler durante la Seconda guerra mondiale, tra cui l’eurodeputata Ilaria Salis. La vicenda mostra come la categoria del “terrorismo” stia diventando uno strumento politico per colpire l’opposizione, non una misura di sicurezza.

Criminalizzare l’antifascismo significa riscrivere il quadro valoriale delle democrazie europee. Non si tratta di contrastare comportamenti violenti—per quelli esistono già dispositivi normativi adeguati—ma di produrre un ribaltamento simbolico: presentare l’antifascismo come ideologia dell’odio, e il fascismo come opzione politica legittima. L’obiettivo è minare l’ultimo argine culturale che ancora ostacola l’avanzata dei progetti autoritari.

La battaglia contro la sigla “Antifa” è una battaglia per il controllo del significato di democrazia. La destra internazionale non sta cercando di colpire un’organizzazione, ma di cancellare un principio fondante: l’antifascismo come anticorpo della società democratica. Ed è su questo terreno che si gioca il futuro politico dell’Europa e degli Stati Uniti, tra tentativi di revisionismo e resistenze civili più vive che mai.


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